Quando la famiglia non c’è, forse perché non è mai nata come rapporto affettivo fra i suoi membri, o forse perché nei genitori è mancata la capacità educativa, o forse perché cattive compagnie hanno traviato i figli… A volte, finisce proprio così.
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Sulla strada dei miei ricordi trovo sempre più persone; di alcune appena ricordo il nome, mi confondo a volte anche nel collocarle nel tempo e nel luogo precisi dove hanno vissuto. Ma la più recente mi era molto vicina, era vicina anche di casa. Comincerò allora da lei la mia testimonianza. E comincerò ricordando che…
Anche quel giorno non c’è stata pace nella tua stanza, cara Franca: hanno trovato il modo di litigare e accapigliarsi anche nel lutto, mentre tu aspettavi che ti portassero via, verso la tua ultima dimora.
Quante persone, che non avevo mai visto prima, quel giorno erano lì! Ma dove erano quando, ancora viva, ne avevi bisogno? Quando avevi necessità di andare in farmacia, o alla posta, oppure in un negozio? Gli ultimi anni li hai passati guardando il mondo da dietro la finestra di quella tua camera, al piano terra di un piccolo appartamento composto da solo due stanze. Da lì salutavi le persone che passavano lungo il marciapiede: ogni tanto due parole con qualcuno che si soffermava, e basta. La malattia non ti permetteva di uscire di casa.
Qualche anno fa, quando ancora potevi permetterti brevi tragitti, e i volontari della Misericordia venivano a prenderti per accompagnarti a qualche visita medica, c’era sempre tuo figlio: ma nascosto dietro l’angolo; aspettava che tu fossi uscita per entrare in casa tua e frugare tra le tue cose. E tu, pur accorgendoti di questo, credevi che fossero altri a portarti via cose e soldi: magari le poche persone che ti aiutavano veramente; e non vedevi invece la triste realtà.
Poi il tempo, impietoso e schietto, che spesso inietta il siero della verità, ti fece accorgere di tutto: che i tuoi dolci e amabili nipoti venivano a trovarti, ma solo per chiederti denaro; mentre tuo figlio, che tale non merita di essere chiamato, superava i limiti di ogni più meschina aspettativa: ti chiese anche di vendere la tua piccola cantina, dove tenevi le tue poche cose, per potersi comprare un’auto, dicendoti che poi ti avrebbe reso il prestito.
Ti facesti convincere, da brava madre. In seguito egli intestò il suo cellulare a te, in modo che le sue bollette astronomiche venissero addebitate sul tuo conto bancario di povera anziana pensionata. Per un periodo, pieno di premura, la mattina veniva a prepararti la colazione: dietro compenso di cinque euro, però. Un giorno, in uno slancio di bontà inaudita, decise di inoltrare le pratiche per chiedere a tuo favore l’accompagnamento; ma queste pratiche non andavano avanti e, per ogni foglio che c’era da firmare o da integrare, dovevi sempre pagare.
Comunque tuo figlio, sotto sotto, è una “brava persona”: dedica il suo tempo al volontariato della Misericordia… sì, davvero, aiuta le persone che ne hanno bisogno e sembra veramente un santo. Ma nonostante tanta santità, in realtà minacciava di ucciderti con qualche stratagemma: eri ormai un peso per lui perché soldi da prenderti non ce n’erano più, e lui voleva che tu gli pagassi anche l’affitto di casa perché, dopo la morte del babbo, cioè di tuo marito, lui possiede una parte dell’appartamento avuta per successione: perciò… prima salutavi questo mondo e meglio era per lui.
Allora chiedesti aiuto ai parenti: ma loro non vollero intromettersi. Anche le istituzioni non ascoltarono le tue lamentele. Dovesti far cambiare la serratura di casa, ma i tentativi di entrare durante la notte e le telefonate di minacce per farti impaurire sono durate per un certo periodo. Eri sola, Franca.
Poi lui è sparito dalla tua vita: nessuno ne sapeva niente; aveva però lasciato le sue cose in casa tua, mentre tu gli avevi chiesto di toglierle, in quanto ti davano fastidio, lasciate lì in quella stanza, impedendoti di muoverti agevolmente con quel deambulatore da disabile, che usavi per poter raggiungere da sola il bagno. Io quelle scatole di tuo figlio non ho visto mai nessuno venire a prendersele.
Ma che stupido sono stato anch’io! Egli mi telefonava dicendomi che aveva bisogno del mio intervento per delle riparazioni a casa sua, che in realtà sua non era ma era quella delle compagne occasionali con cui conviveva, fino a quando queste non si accorgevano del suo opportunismo. Io facevo il mio lavoro e lui mi diceva di passare da sua madre per riscuotere il dovuto, perché avrebbe lasciato i soldi da lei. Passavo dalla Franca e lei mi pagava, ma in principio non avevo capito che pagava di tasca sua, perché il bravo figlio in realtà non le aveva lasciato niente. Me ne accorsi dopo un po’ di tempo e da allora non ho avuto più interesse per i suoi lavori. Invece da te venivo, Franca: mi telefonavi anche a orari impossibili, la domenica o la sera tardi, e comunque passavo appena possibile per programmarti l’orologio del riscaldamento che, per risparmiare, era acceso solo poche ore durante la giornata, oppure per altre piccole cose che nessun altro ti faceva.
Quello però che mi ha fatto veramente male, e tuttoggi mi lascia un senso di nausea quando ci ripenso, è quel Natale in cui, dopo essere venuti a prepararti la colazione, i tuoi nipoti e i tuoi figli ti dissero che sarebbe venuto qualcuno di loro a portarti il pranzo; ma non si vide nessuno. E non solo il pranzo, quel Natale, non arrivò, ma non arrivò neanche la cena. Vedo la scena: tu che piangevi, sola nel tuo letto, nel giorno in cui almeno un conforto, un poco di affetto dei tuoi cari, ti sarebbe spettato; in quel giorno anche un cane randagio avrebbe destato compassione.
Quante volte, sola in casa, sei caduta e, non riuscendo a rialzarti, sei rimasta tutta la notte a chiedere aiuto finchè qualcuno passando per le scale davanti alla tua porta ti sentiva. Allora cominciava la ricerca delle chiavi per poter entrare, ma le chiavi le avevano le due signore che pagavi per prepararti la colazione e il pranzo. Finalmente rintracciate, potevamo entrare e così finiva il tuo calvario e venivi adagiata sul tuo letto.
Misera è l’esistenza di certe persone, ma vigliacca è quella di altre. Questo mio ricordo va a te, Franca, ed è come se ti scrivessi una lettera, in modo che i soprusi dei quali sei stata vittima possano almeno rimanere nella memoria di chi la leggerà e insegnare qualcosa.
Non sono venuto a porgerti l’ultimo saluto, quel giorno, perché non sopportavo di entrare in quella stanza piena di vipere. Voglio solo ricordarti come ti ho visto l’ultima volta, sola…con le tue perplessità per quello che ti aveva riservato la vita.
Ciao Franca, ti saluto e ti ricordo sempre.
(Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)
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Anche quel giorno non c’è stata pace nella tua stanza, cara Franca: hanno trovato il modo di litigare e accapigliarsi anche nel lutto, mentre tu aspettavi che ti portassero via, verso la tua ultima dimora.
Quante persone, che non avevo mai visto prima, quel giorno erano lì! Ma dove erano quando, ancora viva, ne avevi bisogno? Quando avevi necessità di andare in farmacia, o alla posta, oppure in un negozio? Gli ultimi anni li hai passati guardando il mondo da dietro la finestra di quella tua camera, al piano terra di un piccolo appartamento composto da solo due stanze. Da lì salutavi le persone che passavano lungo il marciapiede: ogni tanto due parole con qualcuno che si soffermava, e basta. La malattia non ti permetteva di uscire di casa.
Qualche anno fa, quando ancora potevi permetterti brevi tragitti, e i volontari della Misericordia venivano a prenderti per accompagnarti a qualche visita medica, c’era sempre tuo figlio: ma nascosto dietro l’angolo; aspettava che tu fossi uscita per entrare in casa tua e frugare tra le tue cose. E tu, pur accorgendoti di questo, credevi che fossero altri a portarti via cose e soldi: magari le poche persone che ti aiutavano veramente; e non vedevi invece la triste realtà.
Poi il tempo, impietoso e schietto, che spesso inietta il siero della verità, ti fece accorgere di tutto: che i tuoi dolci e amabili nipoti venivano a trovarti, ma solo per chiederti denaro; mentre tuo figlio, che tale non merita di essere chiamato, superava i limiti di ogni più meschina aspettativa: ti chiese anche di vendere la tua piccola cantina, dove tenevi le tue poche cose, per potersi comprare un’auto, dicendoti che poi ti avrebbe reso il prestito.
Ti facesti convincere, da brava madre. In seguito egli intestò il suo cellulare a te, in modo che le sue bollette astronomiche venissero addebitate sul tuo conto bancario di povera anziana pensionata. Per un periodo, pieno di premura, la mattina veniva a prepararti la colazione: dietro compenso di cinque euro, però. Un giorno, in uno slancio di bontà inaudita, decise di inoltrare le pratiche per chiedere a tuo favore l’accompagnamento; ma queste pratiche non andavano avanti e, per ogni foglio che c’era da firmare o da integrare, dovevi sempre pagare.
Comunque tuo figlio, sotto sotto, è una “brava persona”: dedica il suo tempo al volontariato della Misericordia… sì, davvero, aiuta le persone che ne hanno bisogno e sembra veramente un santo. Ma nonostante tanta santità, in realtà minacciava di ucciderti con qualche stratagemma: eri ormai un peso per lui perché soldi da prenderti non ce n’erano più, e lui voleva che tu gli pagassi anche l’affitto di casa perché, dopo la morte del babbo, cioè di tuo marito, lui possiede una parte dell’appartamento avuta per successione: perciò… prima salutavi questo mondo e meglio era per lui.
Allora chiedesti aiuto ai parenti: ma loro non vollero intromettersi. Anche le istituzioni non ascoltarono le tue lamentele. Dovesti far cambiare la serratura di casa, ma i tentativi di entrare durante la notte e le telefonate di minacce per farti impaurire sono durate per un certo periodo. Eri sola, Franca.
Poi lui è sparito dalla tua vita: nessuno ne sapeva niente; aveva però lasciato le sue cose in casa tua, mentre tu gli avevi chiesto di toglierle, in quanto ti davano fastidio, lasciate lì in quella stanza, impedendoti di muoverti agevolmente con quel deambulatore da disabile, che usavi per poter raggiungere da sola il bagno. Io quelle scatole di tuo figlio non ho visto mai nessuno venire a prendersele.
Ma che stupido sono stato anch’io! Egli mi telefonava dicendomi che aveva bisogno del mio intervento per delle riparazioni a casa sua, che in realtà sua non era ma era quella delle compagne occasionali con cui conviveva, fino a quando queste non si accorgevano del suo opportunismo. Io facevo il mio lavoro e lui mi diceva di passare da sua madre per riscuotere il dovuto, perché avrebbe lasciato i soldi da lei. Passavo dalla Franca e lei mi pagava, ma in principio non avevo capito che pagava di tasca sua, perché il bravo figlio in realtà non le aveva lasciato niente. Me ne accorsi dopo un po’ di tempo e da allora non ho avuto più interesse per i suoi lavori. Invece da te venivo, Franca: mi telefonavi anche a orari impossibili, la domenica o la sera tardi, e comunque passavo appena possibile per programmarti l’orologio del riscaldamento che, per risparmiare, era acceso solo poche ore durante la giornata, oppure per altre piccole cose che nessun altro ti faceva.
Quello però che mi ha fatto veramente male, e tuttoggi mi lascia un senso di nausea quando ci ripenso, è quel Natale in cui, dopo essere venuti a prepararti la colazione, i tuoi nipoti e i tuoi figli ti dissero che sarebbe venuto qualcuno di loro a portarti il pranzo; ma non si vide nessuno. E non solo il pranzo, quel Natale, non arrivò, ma non arrivò neanche la cena. Vedo la scena: tu che piangevi, sola nel tuo letto, nel giorno in cui almeno un conforto, un poco di affetto dei tuoi cari, ti sarebbe spettato; in quel giorno anche un cane randagio avrebbe destato compassione.
Quante volte, sola in casa, sei caduta e, non riuscendo a rialzarti, sei rimasta tutta la notte a chiedere aiuto finchè qualcuno passando per le scale davanti alla tua porta ti sentiva. Allora cominciava la ricerca delle chiavi per poter entrare, ma le chiavi le avevano le due signore che pagavi per prepararti la colazione e il pranzo. Finalmente rintracciate, potevamo entrare e così finiva il tuo calvario e venivi adagiata sul tuo letto.
Misera è l’esistenza di certe persone, ma vigliacca è quella di altre. Questo mio ricordo va a te, Franca, ed è come se ti scrivessi una lettera, in modo che i soprusi dei quali sei stata vittima possano almeno rimanere nella memoria di chi la leggerà e insegnare qualcosa.
Non sono venuto a porgerti l’ultimo saluto, quel giorno, perché non sopportavo di entrare in quella stanza piena di vipere. Voglio solo ricordarti come ti ho visto l’ultima volta, sola…con le tue perplessità per quello che ti aveva riservato la vita.
Ciao Franca, ti saluto e ti ricordo sempre.
(Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)
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