Mille piccole storie, mille piccole persone: cioè la “storia piccola”, che troppo viene trascurata dalla “storia grande”, cioè quella dei libri abituati purtroppo a prendere in considerazione soltanto le macrovicende di re e comandanti e dittatori e guerre e politica; e che invece deve essere sempre tenuta presente perché piena e sostanziale storia dell’umanità.
L’anziana che scrive questo ricordo ci trasmette un racconto ricevuto direttamente, in bozza ancora manoscritta, dalla sua mamma agli inizi del 1900, appena dopo la prima guerra mondiale. Nessuna vicenda straordinaria, ma… la vita e la società erano anche questo.
*****
Nel 1925, fresca di diploma, feci domanda per l’insegnamento. Avevo diciotto anni ed ero orfana di madre. Mi furono offerte molte sedi: tra queste, su suggerimento di papà scelsi Vodizze (Oggi Vodice) un paesino sul Carso in cui sarei andata a sostituire un vecchio maestro sloveno giunto all’età della pensione.
Come la stragrande maggioranza dei triestini di lingua italiana, di sloveno non sapevo che le poche parole entrate nel nostro dialetto; mio padre invece, che mi accompagnò, essendo un commerciante conosceva le lingue più importanti di quello che era stato l’impero asburgico. Fu dunque parlando sloveno che egli si presentò agli abitanti di Vodizze. Questo mi facilitò molto le cose perché fin dall’inizio non mi considerarono un’estranea ma una di loro: di me dicevano “lè nascia”, è una di noi, convinti che parlassi italiano solo per non rischiare di perdere il posto.
Vodizze era una sede disagiata, come del resto tutte le altre che mi erano state offerte: per arrivarci bisognava prima prendere il treno e poi, a fine corsa, percorrere un tratto a piedi o a dorso d’asino. La scuola aveva due classi al piano terra, e al primo piano un appartamentino per le maestre. Vesna, la mia collega, che si era diplomata in una scuola slovena ma che doveva insegnare in italiano, vi abitava già assieme alla madre: e fu la presenza della madre che fece propendere mio padre per quella scelta.
I primi tempi furono duri: con Vesna non legavo, lei aveva un carattere mutevole, alle volte affettuosa in modo imbarazzante e altre scontrosa al massimo. Neanche con la madre andava d’accordo: litigavano per ore. Cosa si dicessero non so, perché parlavano in sloveno ed io la loro lingua non l’avevo ancora imparata. I primi tempi, presa dalla disperazione, andavo in canonica a parlare latino col prete, un uomo di mezza età che viveva con la perpetua e con i numerosi figli di lei. A Vodizze abitavano anche i Cici, una popolazione di origine romena già da tempo slavizzata nella lingua. Le donne portavano ancora l’antico costume, il corpetto aderente, le sottane di lana grezza bianche e plissettate. Erano molto poveri, perlopiù facevano i carbonai e trascorrevano mesi nei boschi. Sapevano però anche divertirsi e durante alcune festività ballavano in piazza e cantavano.
La natura del luogo era comunque stupenda: soprattutto boschi fitti nei quali d’estate mi addentravo per raccogliere fragole e mirtilli, e nei quali peraltro si nascondeva anche l’ultimo brigante conosciuto: Giovanni Kolaric.
Kolaric era un ladro ed anche un assassino e la gente lo temeva, ma, contemporaneamente, lo ammirava perché i suoi naturali nemici erano i carabinieri, rappresentanti di un paese, l’Italia, che la popolazione non amava granchè. Di Kolaric si raccontavano varie storie che lo facevano accreditare come una specie di Robin Hood istriano; di lui si diceva anche che avesse venduto l’anima al diavolo e che per questo fosse immortale. Una volta, in uno scontro a fuoco con i carabinieri, era caduto a terra in un lago di sangue, ma subito, raccolto e posato su una barella, si era improvvisamente alzato ed era riuscito a fuggire nel bosco.
Ebbi modo di incontrarlo due volte, ma mai nel bosco. Ecco come accadde. Mi ero legata d’amicizia con Slavizza, una ragazza di diciassette anni, figlia del proprietario dell’unica osteria del paese, ed avevo preso l’abitudine di trascorrere il mio tempo libero con lei nella cucina dell’osteria.
Un pomeriggio che la mia collega e sua madre erano andate in città e io e Slavizza ce ne stavamo vicino al fuoco a chiacchierare, entrambe occupate a ricamarci il corredo, si aprì la porta ed entrò in cucina un uomo. Sentii il rumore della porta che si apriva e le voci che giungevano dall’osteria; alzai gli occhi dal ricamo e lo vidi: aveva un che di strafottente, l’aria di uno abituato a comandare; guardai Slavizza e la vidi impallidire. Senza sapere perché, mi sentii contagiata dalla sua paura. L’uomo avanzò verso di noi e ci guardò sorridente:
-Slavizza, perché non mi presenti la signorina maestra? – chiese.
Slavizza rispose dura:
-Io non ti conosco.
-Come non mi conosci? Sono tuo cugino! – ribattè il Kolaric.
- Io non ho un brigante per cugino! – ribattè a sua volta Slavizza.
Il sorriso sparì dal volto dell’uomo, la sua mano andò alla tasca e ne uscì un attimo dopo impugnando una pistola. Non so se ce la puntò contro, perché noi due scappammo via veloci, raggiungemmo il piccolo appartamento sopra la scuola e ci chiudemmo dentro. Per maggiore sicurezza spingemmo l’armadio davanti alla porta e ce ne restammo lì tremanti di paura.
Quello fu il mio primo anno di insegnamento. L’anno dopo ebbi il posto a Cave Auremiane (oggi Vremsky Britof) ed una nuova collega, Giulietta Clapis, triestina come me, con cui mi legai d’una amicizia che dura ancora. Entrambe eravamo a pensione dalla famiglia dei De Cleva, che un tempo erano stati i signorotti del paese, con tanto di diritti feudali, compreso, si diceva, lo “ius primae noctis”.
I De Cleva vivevano in una grande casa in cui si entrava da un portone di legno sopra il quale era scolpita la testa di un uomo guercio che era stato il fondatore della casata. Nobili, quindi, i De Cleva: ma senza nessuna raffinatezza; proprietari di terre che facevano coltivare dai servi. Il padrone trascorreva le giornate o a caccia o in giro per la campagna a controllare le sue terre, la padrona le trascorreva in cucina a preparare diversi tipi di minestroni per accontentare i gusti dei vari membri della famiglia, nonostante la poca igiene o forse a causa della poca igiene. I De Cleva erano sporchi e guardavano con disapprovazione noi due maestrine che ci lavavamo; loro non lo facevano mai e godevano ottima salute. “Resterete calve!” prediceva la signora De Cleva ogni volta che io e Giulietta ci lavavamo i capelli. Lei non l’aveva mai fatto, limitandosi a cospargerli ogni tanto di petrolio: ed aveva una meravigliosa lunghissima treccia nera. Io e Giulietta pagavamo l’affitto ma non il vitto, ossia lo squisito minestrone che mangiavamo ogni giorno a pranzo; quando ci eravamo offerte di pagarlo la signora De Cleva aveva rifiutato sdegnosamente: "Tanto se non lo mangiate voi lo do ai maiali!".
ivevo proprio a Cave Auremiane quando ebbi occasione di rivedere il brigante Kolaric. Io e Giulietta erava- mo andate ad un paese vicino a trovare una nostra collega, una signora sposata di mezza età. Eravamo andate a piedi per i sentieri dei boschi e la sera saremmo dovute tornare a casa sul carro di un carbonaio: eravamo d’accordo che questi sarebbe passato a prenderci; ma il tempo scorreva e lui non si faceva vedere. Così io e Giulietta decidemmo di andarlo a cercare. Era già notte e lo trovammo all’osteria, ubriaco fradicio: “Oh, le signorine maestre””, borbottò quando ci vide.
Stavamo per andarcene quando ci raggiunse una voce gentile:
-Signorine maestre, volete che vi accompagni io a casa?”. Ci voltammo e lo vedemmo: era lui, Kolaric.
-No, grazie – rispondemmo piene di spavento – ed uscimmo fuori.
Imboccammo in fretta la strada per Cave Auremiane voltandoci spesso indietro per paura di essere seguite. Era notte, il bosco intorno a noi era nero, tremavamo di paura. Per fare prima prendevamo le scorciatoie e quando sbucavamo nella strada principale ci guardavamo intorno per vedere se il Kolaric ci avesse seguito, magari con la bicicletta (a quei tempi i briganti usavano ancora la bicicletta). Così decidemmo di armarci: aprimmo i fazzoletti, ci ficcammo dentro un sasso e con le ciocche in mano ci tenevamo pronte a scagliarglielo in testa. Per fortuna non lo incontrammo. Eravamo due ragazzine, nessuna delle due aveva ancora varcato i vent’anni.
Qualche pomeriggio dopo tornammo a trovare la nostra collega ben decise a rientrare presto a casa per evitare di fare brutti incontri. Chiacchierammo un po’ e poi ci alzammo per accomiatarci, ma lei ci dissuase: “Aspettate, vi accompagnerà il geometra Balducci, è qui a fare dei rilievi per studiare se è il caso di costruire una diga, è una brava persona, è diventato amico di mio marito e so che deve andare a Cave Auremiane col suo camioncino!”.
Ci rimettemmo a sedere. Il geometra arrivò poco dopo. Non so come me l’ero immaginato, forse simile al marito della mia collega, grassottello e di mezza età; invece mi trovai di fronte un bel ragazzo, bruno e giovane. Mi guardò e mi sorrise: ed io mi innamorai. Gli sorrisi anch’io e lui pensò: “Questa ragazza io la sposo”.
Di ritorno, a sera, verso casa, seduta vicino a quello che poco dopo sarebbe diventato mio marito, mi sentivo sicura; anche se fosse spuntato all’improvviso il brigante Kolaric non mi faceva più paura.
Anonimo (PremioPratoRaccontiamoci)
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L’anziana che scrive questo ricordo ci trasmette un racconto ricevuto direttamente, in bozza ancora manoscritta, dalla sua mamma agli inizi del 1900, appena dopo la prima guerra mondiale. Nessuna vicenda straordinaria, ma… la vita e la società erano anche questo.
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Come la stragrande maggioranza dei triestini di lingua italiana, di sloveno non sapevo che le poche parole entrate nel nostro dialetto; mio padre invece, che mi accompagnò, essendo un commerciante conosceva le lingue più importanti di quello che era stato l’impero asburgico. Fu dunque parlando sloveno che egli si presentò agli abitanti di Vodizze. Questo mi facilitò molto le cose perché fin dall’inizio non mi considerarono un’estranea ma una di loro: di me dicevano “lè nascia”, è una di noi, convinti che parlassi italiano solo per non rischiare di perdere il posto.
Vodizze era una sede disagiata, come del resto tutte le altre che mi erano state offerte: per arrivarci bisognava prima prendere il treno e poi, a fine corsa, percorrere un tratto a piedi o a dorso d’asino. La scuola aveva due classi al piano terra, e al primo piano un appartamentino per le maestre. Vesna, la mia collega, che si era diplomata in una scuola slovena ma che doveva insegnare in italiano, vi abitava già assieme alla madre: e fu la presenza della madre che fece propendere mio padre per quella scelta.
I primi tempi furono duri: con Vesna non legavo, lei aveva un carattere mutevole, alle volte affettuosa in modo imbarazzante e altre scontrosa al massimo. Neanche con la madre andava d’accordo: litigavano per ore. Cosa si dicessero non so, perché parlavano in sloveno ed io la loro lingua non l’avevo ancora imparata. I primi tempi, presa dalla disperazione, andavo in canonica a parlare latino col prete, un uomo di mezza età che viveva con la perpetua e con i numerosi figli di lei. A Vodizze abitavano anche i Cici, una popolazione di origine romena già da tempo slavizzata nella lingua. Le donne portavano ancora l’antico costume, il corpetto aderente, le sottane di lana grezza bianche e plissettate. Erano molto poveri, perlopiù facevano i carbonai e trascorrevano mesi nei boschi. Sapevano però anche divertirsi e durante alcune festività ballavano in piazza e cantavano.
La natura del luogo era comunque stupenda: soprattutto boschi fitti nei quali d’estate mi addentravo per raccogliere fragole e mirtilli, e nei quali peraltro si nascondeva anche l’ultimo brigante conosciuto: Giovanni Kolaric.
Kolaric era un ladro ed anche un assassino e la gente lo temeva, ma, contemporaneamente, lo ammirava perché i suoi naturali nemici erano i carabinieri, rappresentanti di un paese, l’Italia, che la popolazione non amava granchè. Di Kolaric si raccontavano varie storie che lo facevano accreditare come una specie di Robin Hood istriano; di lui si diceva anche che avesse venduto l’anima al diavolo e che per questo fosse immortale. Una volta, in uno scontro a fuoco con i carabinieri, era caduto a terra in un lago di sangue, ma subito, raccolto e posato su una barella, si era improvvisamente alzato ed era riuscito a fuggire nel bosco.
Ebbi modo di incontrarlo due volte, ma mai nel bosco. Ecco come accadde. Mi ero legata d’amicizia con Slavizza, una ragazza di diciassette anni, figlia del proprietario dell’unica osteria del paese, ed avevo preso l’abitudine di trascorrere il mio tempo libero con lei nella cucina dell’osteria.
Un pomeriggio che la mia collega e sua madre erano andate in città e io e Slavizza ce ne stavamo vicino al fuoco a chiacchierare, entrambe occupate a ricamarci il corredo, si aprì la porta ed entrò in cucina un uomo. Sentii il rumore della porta che si apriva e le voci che giungevano dall’osteria; alzai gli occhi dal ricamo e lo vidi: aveva un che di strafottente, l’aria di uno abituato a comandare; guardai Slavizza e la vidi impallidire. Senza sapere perché, mi sentii contagiata dalla sua paura. L’uomo avanzò verso di noi e ci guardò sorridente:
-Slavizza, perché non mi presenti la signorina maestra? – chiese.
Slavizza rispose dura:
-Io non ti conosco.
-Come non mi conosci? Sono tuo cugino! – ribattè il Kolaric.
- Io non ho un brigante per cugino! – ribattè a sua volta Slavizza.
Il sorriso sparì dal volto dell’uomo, la sua mano andò alla tasca e ne uscì un attimo dopo impugnando una pistola. Non so se ce la puntò contro, perché noi due scappammo via veloci, raggiungemmo il piccolo appartamento sopra la scuola e ci chiudemmo dentro. Per maggiore sicurezza spingemmo l’armadio davanti alla porta e ce ne restammo lì tremanti di paura.
Quello fu il mio primo anno di insegnamento. L’anno dopo ebbi il posto a Cave Auremiane (oggi Vremsky Britof) ed una nuova collega, Giulietta Clapis, triestina come me, con cui mi legai d’una amicizia che dura ancora. Entrambe eravamo a pensione dalla famiglia dei De Cleva, che un tempo erano stati i signorotti del paese, con tanto di diritti feudali, compreso, si diceva, lo “ius primae noctis”.
I De Cleva vivevano in una grande casa in cui si entrava da un portone di legno sopra il quale era scolpita la testa di un uomo guercio che era stato il fondatore della casata. Nobili, quindi, i De Cleva: ma senza nessuna raffinatezza; proprietari di terre che facevano coltivare dai servi. Il padrone trascorreva le giornate o a caccia o in giro per la campagna a controllare le sue terre, la padrona le trascorreva in cucina a preparare diversi tipi di minestroni per accontentare i gusti dei vari membri della famiglia, nonostante la poca igiene o forse a causa della poca igiene. I De Cleva erano sporchi e guardavano con disapprovazione noi due maestrine che ci lavavamo; loro non lo facevano mai e godevano ottima salute. “Resterete calve!” prediceva la signora De Cleva ogni volta che io e Giulietta ci lavavamo i capelli. Lei non l’aveva mai fatto, limitandosi a cospargerli ogni tanto di petrolio: ed aveva una meravigliosa lunghissima treccia nera. Io e Giulietta pagavamo l’affitto ma non il vitto, ossia lo squisito minestrone che mangiavamo ogni giorno a pranzo; quando ci eravamo offerte di pagarlo la signora De Cleva aveva rifiutato sdegnosamente: "Tanto se non lo mangiate voi lo do ai maiali!".
ivevo proprio a Cave Auremiane quando ebbi occasione di rivedere il brigante Kolaric. Io e Giulietta erava- mo andate ad un paese vicino a trovare una nostra collega, una signora sposata di mezza età. Eravamo andate a piedi per i sentieri dei boschi e la sera saremmo dovute tornare a casa sul carro di un carbonaio: eravamo d’accordo che questi sarebbe passato a prenderci; ma il tempo scorreva e lui non si faceva vedere. Così io e Giulietta decidemmo di andarlo a cercare. Era già notte e lo trovammo all’osteria, ubriaco fradicio: “Oh, le signorine maestre””, borbottò quando ci vide.
Stavamo per andarcene quando ci raggiunse una voce gentile:
-Signorine maestre, volete che vi accompagni io a casa?”. Ci voltammo e lo vedemmo: era lui, Kolaric.
-No, grazie – rispondemmo piene di spavento – ed uscimmo fuori.
Imboccammo in fretta la strada per Cave Auremiane voltandoci spesso indietro per paura di essere seguite. Era notte, il bosco intorno a noi era nero, tremavamo di paura. Per fare prima prendevamo le scorciatoie e quando sbucavamo nella strada principale ci guardavamo intorno per vedere se il Kolaric ci avesse seguito, magari con la bicicletta (a quei tempi i briganti usavano ancora la bicicletta). Così decidemmo di armarci: aprimmo i fazzoletti, ci ficcammo dentro un sasso e con le ciocche in mano ci tenevamo pronte a scagliarglielo in testa. Per fortuna non lo incontrammo. Eravamo due ragazzine, nessuna delle due aveva ancora varcato i vent’anni.
Qualche pomeriggio dopo tornammo a trovare la nostra collega ben decise a rientrare presto a casa per evitare di fare brutti incontri. Chiacchierammo un po’ e poi ci alzammo per accomiatarci, ma lei ci dissuase: “Aspettate, vi accompagnerà il geometra Balducci, è qui a fare dei rilievi per studiare se è il caso di costruire una diga, è una brava persona, è diventato amico di mio marito e so che deve andare a Cave Auremiane col suo camioncino!”.
Ci rimettemmo a sedere. Il geometra arrivò poco dopo. Non so come me l’ero immaginato, forse simile al marito della mia collega, grassottello e di mezza età; invece mi trovai di fronte un bel ragazzo, bruno e giovane. Mi guardò e mi sorrise: ed io mi innamorai. Gli sorrisi anch’io e lui pensò: “Questa ragazza io la sposo”.
Di ritorno, a sera, verso casa, seduta vicino a quello che poco dopo sarebbe diventato mio marito, mi sentivo sicura; anche se fosse spuntato all’improvviso il brigante Kolaric non mi faceva più paura.
Anonimo (PremioPratoRaccontiamoci)
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